Ci hanno
provato con squallidi metodi da Prima Repubblica come il voto disgiunto dei
montiani e dei grillini (hanno imparato in fretta...). Ma anche usando l'arma
degli scandali per ferirla. Alla fine la Lega non è stata disarcionata. Vince in
Lombardia con Maroni (ottima la performance della lista civica legata al
candidato presidente del centrodestra, ben superiore a quella di
Ambrosoli) e sogna, a pieno diritto, la macroregione del Nord. I
risultati deludenti di Piemonte e Veneto non fermano dunque la voglia di
autonomia e federalismo sopra il Po. Certo, non c'è più la maggioranza
schiacciante dell'ultimo voto (il voto leghista è sempre stato fluttuante), ma i
numeri bastano a dire che la Lombardia resta ben salda nelle mani del
centrodestra. Già le prime proiezioni, intorno alle 16, lasciano pochi dubbi
sulla vittoria finale del leader leghista. In testa fin dal via come quei
purosangue che alla prima frustata non si fermano più. E in una fase storica di
sorprese, sul piatto resta quindi la certezza di una Lombardia che crede ancora
nel Carroccio e nelle sue idee. Maroni stappa la prima bottiglia al giro di boa
delle schede scrutinate. Sono da poco passate le 20. Con lui i collaboratori più
stretti, amici e colleghi.
C'è il Senatur. Roberto Calderoli, il governatore Cota, Giancarlo Giorgetti, Matteo Salvini, Giacomo Stucchi, Davide Caparini. Bisogna aspettare però le 21 prima che il numero uno del Carroccio si faccia vedere nella sa la stampa allestita al quartier generale di via Bellerio a Milano. «Missione compiuta». Volto disteso e sorridente, immancabili occhialini rossi, il "Bobo", come lo chiamano amici e militanti, non nasconde tutta la propria soddisfazione per il grande risultato ottenuto: «Vincere in Lombardia era il nostro obiettivo strategico in coerenza con la linea politica uscita dal congresso federa le, riassunta dallo slogan Prima il Nord». «Ora -spiega Maroni, raggiunto pochi minuti dopo da Bossi - si apre una fase nuova». A partire «dalla creazione della macroregione. Toccherà a noi farla». Il leader leghista sapeva di giocarsi tutto: dentro o fuori, paradiso o inferno. In questo voto lombardo c'era la vita o la morte della stessa Lega. Ha vinto Maroni, i militanti, un movimento dato per morto e che invece non ha mollato un centimetro. Contro tutto e tutti. E che la vittoria era ormai a portata di mano, nonostante mancassero poco meno di duemila sezioni da scrutinare, lo si capisce dalla telefonata dello sconfitto Ambrosoli al neo governatore lombardo. «Mi ha appena chiamato. Una telefonata che mi ha fatto piacere. Non faremo un governo insieme. Loro sono all'opposizione ma gli garantisco la massima lealtà». C'è ancora spazio per una dedica speciale da parte di Maroni per l'amico Anton io Manganelli, il capo della polizia, colpito nelle ultime ore da un ictus e un ringraziamento al lavoro in Lombardia di Salvini. Il resto è cronaca di queste ore. Nemmeno sul podio Gabriele Albertini che, se di parola, dovrà presto aprire il portafogli e comprare la Ferrari da regalare a Maroni (una buona occasione per fare beneficenza). Per l'ex sindaco di Milano oggi europarlamentare stipendiato dal Pdl nessun problema: per lui si sono già aperte le porte del Senato. Si era fatto candidare da Monti ai primi posti di palazzo Madama con la certezza di aver già perso la corsa contro Maroni. Aveva visto bene, anzi benissimo. Così i lombardi non sono caduti nella trappola degli insulti del centrosinistra. Hanno vinto le idee concrete, i progetti seri. Come quello di trattenere il 75% delle tasse sul territorio. Ha vinto l'idea di Federalismo contro quella centralista. Il sogno di una macroregione contro la canaglia romana per dirla alla Bossi. Il voto di ieri in Lombardia può segnare una svolta epocale, non solo politica. La creazione di un blocco granitico al Nord con Piemonte, Veneto e Friuli - cuore e testa dell'economia non so lo del Paese ma dell’Europa stessa. «Roma dovrà ora fare i conti con noi», azzanna Maroni. Ilo andava ripetendo da settimane. Ha avuto ragione. E con un governo debole, come lo sarà verosimilmente il prossimo, la macroregione non dovrebbe sforzarsi nemmeno più di tanto nel dettare la linea. Vince dunque Maroni, la Lega, nonostante la mossa, diventata decisiva ma contestata dalla base, di confermare nella roccaforte lombarda l'alleanza con il Cavaliere. Una scommessa vinta nonostante il prezzo pagato in altre Regioni come Piemonte e soprattutto Veneto dove non mancherà qualche grattacapo. Ma è presto per bruciare le tappe. Ora bisogna mettersi sotto a lavorare. E di lavoro da fare non ne mancherà. Un anno di Monti è bastato per soffocare l'economia lombarda. C'è da riprendersi le aziende costrette a delocalizzare per sopravvivere. C'è da richiamare in Lombardia quei "cervelli" fuggiti all'estero. E poi ci sono i giovani che aspettano una chance per crearsi un proprio lavoro, per mettersi alla prova. La lista è lunga. Lo sa bene Maroni che nelle prossime ore sarà già al lavoro per mettere a punto la squadra che governerà la Regione più importante del Paese (già riconfermato Rossi come assessore allo sport). Ma in queste ore c'è anche il tempo per festeggiare. Il ritrovo è nel cuore del nuovo palazzo della Lombardia. In migliaia arrivano per Maroni. In sottofondo il coro «Albertini paga la Ferrari...». Giusto così
C'è il Senatur. Roberto Calderoli, il governatore Cota, Giancarlo Giorgetti, Matteo Salvini, Giacomo Stucchi, Davide Caparini. Bisogna aspettare però le 21 prima che il numero uno del Carroccio si faccia vedere nella sa la stampa allestita al quartier generale di via Bellerio a Milano. «Missione compiuta». Volto disteso e sorridente, immancabili occhialini rossi, il "Bobo", come lo chiamano amici e militanti, non nasconde tutta la propria soddisfazione per il grande risultato ottenuto: «Vincere in Lombardia era il nostro obiettivo strategico in coerenza con la linea politica uscita dal congresso federa le, riassunta dallo slogan Prima il Nord». «Ora -spiega Maroni, raggiunto pochi minuti dopo da Bossi - si apre una fase nuova». A partire «dalla creazione della macroregione. Toccherà a noi farla». Il leader leghista sapeva di giocarsi tutto: dentro o fuori, paradiso o inferno. In questo voto lombardo c'era la vita o la morte della stessa Lega. Ha vinto Maroni, i militanti, un movimento dato per morto e che invece non ha mollato un centimetro. Contro tutto e tutti. E che la vittoria era ormai a portata di mano, nonostante mancassero poco meno di duemila sezioni da scrutinare, lo si capisce dalla telefonata dello sconfitto Ambrosoli al neo governatore lombardo. «Mi ha appena chiamato. Una telefonata che mi ha fatto piacere. Non faremo un governo insieme. Loro sono all'opposizione ma gli garantisco la massima lealtà». C'è ancora spazio per una dedica speciale da parte di Maroni per l'amico Anton io Manganelli, il capo della polizia, colpito nelle ultime ore da un ictus e un ringraziamento al lavoro in Lombardia di Salvini. Il resto è cronaca di queste ore. Nemmeno sul podio Gabriele Albertini che, se di parola, dovrà presto aprire il portafogli e comprare la Ferrari da regalare a Maroni (una buona occasione per fare beneficenza). Per l'ex sindaco di Milano oggi europarlamentare stipendiato dal Pdl nessun problema: per lui si sono già aperte le porte del Senato. Si era fatto candidare da Monti ai primi posti di palazzo Madama con la certezza di aver già perso la corsa contro Maroni. Aveva visto bene, anzi benissimo. Così i lombardi non sono caduti nella trappola degli insulti del centrosinistra. Hanno vinto le idee concrete, i progetti seri. Come quello di trattenere il 75% delle tasse sul territorio. Ha vinto l'idea di Federalismo contro quella centralista. Il sogno di una macroregione contro la canaglia romana per dirla alla Bossi. Il voto di ieri in Lombardia può segnare una svolta epocale, non solo politica. La creazione di un blocco granitico al Nord con Piemonte, Veneto e Friuli - cuore e testa dell'economia non so lo del Paese ma dell’Europa stessa. «Roma dovrà ora fare i conti con noi», azzanna Maroni. Ilo andava ripetendo da settimane. Ha avuto ragione. E con un governo debole, come lo sarà verosimilmente il prossimo, la macroregione non dovrebbe sforzarsi nemmeno più di tanto nel dettare la linea. Vince dunque Maroni, la Lega, nonostante la mossa, diventata decisiva ma contestata dalla base, di confermare nella roccaforte lombarda l'alleanza con il Cavaliere. Una scommessa vinta nonostante il prezzo pagato in altre Regioni come Piemonte e soprattutto Veneto dove non mancherà qualche grattacapo. Ma è presto per bruciare le tappe. Ora bisogna mettersi sotto a lavorare. E di lavoro da fare non ne mancherà. Un anno di Monti è bastato per soffocare l'economia lombarda. C'è da riprendersi le aziende costrette a delocalizzare per sopravvivere. C'è da richiamare in Lombardia quei "cervelli" fuggiti all'estero. E poi ci sono i giovani che aspettano una chance per crearsi un proprio lavoro, per mettersi alla prova. La lista è lunga. Lo sa bene Maroni che nelle prossime ore sarà già al lavoro per mettere a punto la squadra che governerà la Regione più importante del Paese (già riconfermato Rossi come assessore allo sport). Ma in queste ore c'è anche il tempo per festeggiare. Il ritrovo è nel cuore del nuovo palazzo della Lombardia. In migliaia arrivano per Maroni. In sottofondo il coro «Albertini paga la Ferrari...». Giusto così
“Simone
Girardin”
“La Padania
27.02.2013”

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