Ormai è una
sorta di sport nazionale, e non importa chi sia stato il primo a cominciare,
come nelle risse dei bimbi delle elementari. In Germania è tutto un fare a gara
a prendersela con "gli Italiani", come se l'attuale crisi potesse essere
spiegata in termini da vecchio nazionalismo ottocentesco. L'eco delle
dichiarazioni sui "clowns" al governo d' Italia di Peer Steinbruck,
candidato socialdemocratico alla Cancelleria, non si era ancora spenta, che,
a stretto giro di posta, gli hanno fatto seguito Bruderle, per i
Liberali ('' fuori l'Italia dall'Euro, se non fa quel che vogliamo noi") e un
paio di politici della CDU, il partito della Merkel, in rapida discesa di
consensi. Sabato scorso ci si è messa anche la Junge Freiheit di
Berlino, settimanale neoconservatore, con una paginata sulla palla al piede
della Germania, va le a dire un' indistinta "Europa del Sud", con in testa,
appunto, l'Italia. E sì che, per il momento, di aiuti a loro non ne sono stati
chiesti... Sembra proprio che, dalle parti di Berlino, non sappiano, o non
vogliano, operare un minimo di distinzioni. Tanto più che proprio quando
uscivano articoli e dichiarazioni sul peso morto italico, il principale porta
le finanziario germanico, www.finanzen.net, riportava con note
trionfalistiche la notizia che le ultime aste di "Bund", i titoli di stato
tedesco, sono state vendute quasi a tasso zero, con gran vantaggio per le casse
della Repubblica Federale Tedesca e per i suoi contribuenti.
Peccato solo che questo vantaggio lo stiamo pagando noi. Non sono belle notizie, perché in questo cercare il capro espiatorio di turno riaffiorano i fantasmi di un ' Europa che non avremmo più voluto vedere. L'Europa delle regioni ha voglia di nascere e qualcuno, lassù, si ostina a difendere la "grande Germania", creando tanto, ma tanto mal di pancia, nelle regioni più progredite della Germania stessa, il Baden Wurttenberg e la Baviera, perché, piaccia o no Berlino (e a Roma) le regioni in Europa esistono e vogliono farsi finalmente sentire. L'alternativa all'Europa delle banche e della finanza non è e non può essere il risorgere dei nazionalismi ottocenteschi. Non é l'Italia ad aver bisogno di un'Europa dei popoli e delle grandi regioni, ma l'Europa stessa, se vuole sopravvivere e avere ancora qua l cosa da d ire al mondo. Certo, proprio questo è il punto che a Berlino fanno fatica a capire, e sì che uno dei loro più grandi scrittori, il buon vecchio Goethe, usava dire che chi non sa rendersi conto della propria storia, è condannato a ripeterne gli errori. Berlino non ce la fa proprio, invece, a rimeditare seriamente sulla propria storia e a operare qualche distinzione in più. Mica per niente a Monaco di Baviera, l'anti-Berlino per eccellenza della Germania, si stanno davvero stancando di un neocentralismo che fa a pugni con l'impianto federale della Repubblica. Berlino non è ma i stata "inclusiva", si è sempre posta un gradino più in alto, e proprio per questo ha fatto dei grandi disastri. La Baviera e l'Austria rappresentano, storicamente, un mondo germanico "plurale", capace di includere, senza appiattire e omologare. Berlino e quel che resta della mentalità prussiana, invece no. Gli storici della seconda guerra mondiale ricordano che quando la Wehrmacht entrò in Ucraina le donne dei villaggi presentarono pane e sale, simbolo di ospitalità e di accoglienza e, in quel caso, anche del desiderio di essere liberati dal giogo comunista sovietico. Entrarono tra folle festanti, se ne uscirono maledetti da tutti per le loro assurde violenze. Fossero stati americani, o francesi, o semplice mente austriaci , quegli alti ufficiali avrebbero " incluso" , valorizzato quel desiderio di liberazione e avrebbero guadagnato degli alleati preziosi. Ma Berlino non è Vienna, e la Wehrmacht mostrò tutto il suo violento e inutile disprezzo per quelle popolazioni, facendosene rapidamente dei nemici. La storia sembra tristemente ripetersi e Berlino insiste nel vomitare il proprio senso di superiorità sull'Europa del Sud (quale?), senza rendersi conto che la partita è un'altra e non può più essere giocata con le regole di un sistema di stati nazionali che ha ormai fatto il suo tempo.
Peccato solo che questo vantaggio lo stiamo pagando noi. Non sono belle notizie, perché in questo cercare il capro espiatorio di turno riaffiorano i fantasmi di un ' Europa che non avremmo più voluto vedere. L'Europa delle regioni ha voglia di nascere e qualcuno, lassù, si ostina a difendere la "grande Germania", creando tanto, ma tanto mal di pancia, nelle regioni più progredite della Germania stessa, il Baden Wurttenberg e la Baviera, perché, piaccia o no Berlino (e a Roma) le regioni in Europa esistono e vogliono farsi finalmente sentire. L'alternativa all'Europa delle banche e della finanza non è e non può essere il risorgere dei nazionalismi ottocenteschi. Non é l'Italia ad aver bisogno di un'Europa dei popoli e delle grandi regioni, ma l'Europa stessa, se vuole sopravvivere e avere ancora qua l cosa da d ire al mondo. Certo, proprio questo è il punto che a Berlino fanno fatica a capire, e sì che uno dei loro più grandi scrittori, il buon vecchio Goethe, usava dire che chi non sa rendersi conto della propria storia, è condannato a ripeterne gli errori. Berlino non ce la fa proprio, invece, a rimeditare seriamente sulla propria storia e a operare qualche distinzione in più. Mica per niente a Monaco di Baviera, l'anti-Berlino per eccellenza della Germania, si stanno davvero stancando di un neocentralismo che fa a pugni con l'impianto federale della Repubblica. Berlino non è ma i stata "inclusiva", si è sempre posta un gradino più in alto, e proprio per questo ha fatto dei grandi disastri. La Baviera e l'Austria rappresentano, storicamente, un mondo germanico "plurale", capace di includere, senza appiattire e omologare. Berlino e quel che resta della mentalità prussiana, invece no. Gli storici della seconda guerra mondiale ricordano che quando la Wehrmacht entrò in Ucraina le donne dei villaggi presentarono pane e sale, simbolo di ospitalità e di accoglienza e, in quel caso, anche del desiderio di essere liberati dal giogo comunista sovietico. Entrarono tra folle festanti, se ne uscirono maledetti da tutti per le loro assurde violenze. Fossero stati americani, o francesi, o semplice mente austriaci , quegli alti ufficiali avrebbero " incluso" , valorizzato quel desiderio di liberazione e avrebbero guadagnato degli alleati preziosi. Ma Berlino non è Vienna, e la Wehrmacht mostrò tutto il suo violento e inutile disprezzo per quelle popolazioni, facendosene rapidamente dei nemici. La storia sembra tristemente ripetersi e Berlino insiste nel vomitare il proprio senso di superiorità sull'Europa del Sud (quale?), senza rendersi conto che la partita è un'altra e non può più essere giocata con le regole di un sistema di stati nazionali che ha ormai fatto il suo tempo.
“Giuseppe
Reguzzoni”
“La Padania
13.03.2013”

Nessun commento:
Posta un commento